Alla questione posta da molti, e fra questi dall’ottimo AP già più di un anno fa, e cioè se tutto sia equiparabile (omicidio, aborto, utilizzo di embrioni a scopo terapeutico) rispondo così.
Io, personalmente, credo di sì. Che lo sia.
Istintivamente, direi. Non per educazione, né per convincimenti religiosi. Credo sia un fatto naturale: il concepito non va soppresso perché non riesco a convincermi che esista un punto-x: il punto prima del quale e dopo il quale la natura del feto conquisti status, diritti. Se mi si dimostra che dal punto di vista scientifico il punto-x esiste, io abbozzerò volentieri. Se mi si dimostra che un feto di 8 mesi e mezzo ha certi diritti (perché quasi uomo?) e uno di due invece no, io sarò pronto a dargli ragione. Non difendo un principio. Difendo la nuda cecità pre-morale della scienza. Il concetto di quasità mi pare insoddisfacente.
Ma queste sono le mie idee personali sul fatto in sé.
Sul fatto sociale "aborto" invece sono favorevole all’esistenza di una legge come l’attuale che lo regolamenti e tuteli la salute della donna.
E’ una contraddizione? Solo apparente.
Il fatto è che l’aborto è un atto sociale, non un dato assoluto, che è possiibile valutare fuori dal tempo e dallo spazio. Il contesto in cui è agito determina la natura dell’atto. Nel caso dell’aborto il suo significato sociale è il frutto di una stratificazione secolare che non lo ha considerato come contrario alla legge naturale paragonandolo all’omicidio. C’è chi lo pensa, ma non è evidentemente maggioranza. La maggioranza ha ritenuto in modo ormai acquisito che si tratti di una soluzione cruenta, dolorosa, ma economicamente più sostenibile di un omicidio. Non c’è che da prenderne atto.
Una legge che vieti l’aborto non elimina l’aborto.
E’ vero: la legge che vieta l’omicidio non elimina gli omicidi. Ma c’è una bella differenza: non solo infatti l’aborto non viene eliminato, ma neppure è depennato dal novero degli atti non conformi alla natura e all’etica, come nel caso dell’omicidio. Lo elimina semplicemente da un particolare contesto sociale, nel nostro caso dal contesto sociale-Italia (giacché, al contrario dell’omicidio, esso è lecito in altri paesi), lo elimina dalla possibilità di essere praticato in sicurezza e all’interno di un quadro di riferimento controllato (consultori, medici eccetera). L’atto sociale aborto non è percepito come un omicidio. Fine della discussione. Come una cartina tornasole di colore bianco: immersa in una soluzione acida cambierà colore. Hai voglia a sostenere che è bianca. Non è bianca. E’ blu. Ci devi stare. Era bianca.
L’embrione.
Bel problema. Qual è il contesto sociale stratificato nel tempo che determina la percezione che gli esseri umani hanno dell’embrione? Esiste una cultura sull’atto sociale "embrione"?
Ce la stiamo formando, mi pare. Almeno per quanto riguarda l’aspetto legato alla procreazione assistita. Meno per l’uso degli embrioni soprannumerari.
Il giudizio in questo caso non è assistito, è il caso di dirlo, dalla tradizione culturale del genere umano. In qualche misura dobbiamo fare da noi. Senza rete, sospesi nell’abisso del presente. Sta a noi avere il coraggio del primo passo.
Gli scienziati sono l’avanguardia di questo nuovo sconvolgimento culturale. Loro hanno le idee chiare.
E’ evidente che se la tradizione culturale considera l’aborto come atto altro dall’omicidio, a maggior ragione si libererà facilmente del dubbio se considerare o meno l’embrione soggetto da tutelare.
Io non mi sento così tranquillo. Non sento il conforto di un convincimento affermato.
Sento che esistono ancora i margini di una confronto. Perché a proposito della produzione soprannumeraria di embrioni finalizzata all’aumento delle probabilità che la fecondazione abbia successo (perché è di questo che si discute: senza embrioni soprannumerari cade il problema sul fatto che sia lecito oppure no utilizzarli: secondo me è lecito, se l’alternativa è il loro perenne congelamento), non esiste evidenza di percezione.
Non esiste uomo che abbia esperienza della formazione della percezione morale e sociale sull’aborto. E’ un dato non attuale, non deriva da nulla che possa dirsi conosciuto. E’ esterno al dato esperienziale. Quindi al dato emotivo e cognitivo.
Nel caso degli embrioni, ripeto, si sta parlando di un atto sociale di cui non esiste tradizione. E’ un atto sociale la cui valutazione è condizionata da una forte componente emotiva e cognitiva: si pensa al fatto che una coppia possa avere dei figli (perché negarglieli? E io già qui avrei obiezioni) e al fatto che le cellule staminali provenienti dagli embrioni guariscono vite umane titolari – loro sì – di diritti acquisiti.
Stiamo parlando quindi di atti sociali su cui non può esistere un pregiudizio formato di cui avvalersi per eliminare il dubbio che la soppressione dell’embrione possa essere interpretata come la soppressione di una vita umana.
E io mi sento di pensarla differentemente da molti altri. E noto che ci sono altri che condividono le mie perplessità. E le mie perplessità riguardano proprio il merito del soprannumerario.
Io non mi sento di delegare ad un certo numero di scienziati di definire la cornice morale all’interno della quale un atto sociale è tollerabile oppure no. Le tecniche di fecondazione assistita garantiscono buone probabilità di successo. Questo è buono? O è solo efficace?
Ci sono tecniche di fecondazione assistita davvero molto invasive e al limite della surrogazione dell’uomo della natura, se non di Dio. Queste sono genericamente malviste, anche all'interno della comunità scientifica. Dunque, chi deve decidere? Un comitato di bioetica? Benissimo. E non ci pare strano che in una materia così delicata si sia deputata la comprensione etica di un atto sociale così delicato a un certo numero di persone della cui capacità io non so dire nulla (per tacere del fatto che non so neppure chi siano)?
Nella valutazione dell’atto sociale dell’aborto, che umanamente non condivido, mi chino alla tradizione culturale di secoli.
Nella valutazione dell’atto sociale della procreazione assistita mi devo chinare al sapere tecnico di un certo numero di scienziati che hanno studiato la faccenda.
Poco, troppo poco. Mi dispiace.