28/12/2004

Occidente per principianti / Nicola Lagioia

Romanzo massimalista e scatenato, recita la quarta di copertina.
Non so cosa significhi romanzo massimalista, e posso intuire cosa volesse dire l’editor con scatenato.
Occidente per principianti è certamente un romanzo comico. Del genere comico-grottesco, anche se non fa molto ridere (qualche volta sì). Fa dire, Lagioia, ad un suo personaggio: "quando una civiltà è al collasso nessuno riesce ad essere serio ed erudito - il comico, al contrario, prende possesso delle cose". (p. 246)
Ha qualche difetto, secondo me, e qualche, anzi molti pregi.
E’ un ottimo romanzo. Un bel romanzo dal respiro internazionale (non sono sicuro che sia un complimento – ma in fondo sì, lo è).
L’ambientazione. Il mondo dello spettacolo, del giornalismo, dei media, della capitale infetta radical-chic post-castelvecchiana… E’ un’ambientazione che esige una seppur blanda identificazione: negativa, amara, alla fine auto-indulgente (farà schifo, ma è la mia vita).
Piazza del Fico, il bar della Pace, Campo de’ fiori. Gli ex-articoli 28, i ghost-writers, le feste e le squinzie strafatte. C’è un difficilmente eliminabile retrogusto di riproduzione taroccata in questo cliché: e che, non dobbiamo provarci pure a noi a cantare il nostro piccolo, romantico, disperato minimalismo da Madison Avenue di provincia, di Times Square o di Soho de noantri? Avanti, chi si candida ad essere il nuovo Tom Wolfe, il reincarnato Truman Capote, il nuovo Easton-Ellis (per tacere del dio DFW)? (la tentazione troppo forte, e banale, lo so, è di rivendicare: la vita è altrove. Ma del resto a me pare che il senso di replica prevarichi il senso di realtà: anche in Italia si gioca a baseball, ma questo non giustificherebbe un romanzo giocato sui retroscena di epici scontri fra Nettuno e Rimini).

Detto questo (e lo dico non per me, ma neutralizzandomi nel magma freddo dei lettori di romanzi di Belluno ed Acitrezza che hanno amato A perdifiato, Camilleri e Yehoshua e… ), detto questo OPP ha qualità indiscutibili, piacevolezze narrative e suscita un interesse sulle cose in generale che, non dovesse scontare il summenzionato pedaggio devoluto alla narrativa generazionale ed autobiografica, ne farebbero davvero un gran bel romanzo.
Sono fisime mie? Non so. Credo di no. Compratelo, o fatevelo regalare, leggetevelo e fatevi la vostra opinione.
Ma no, non voi che del mondo di Piazza del Fico del bar della Pace, di Campo de’ fiori, degli ex-articoli 28, dei ghost-writers, delle feste e delle squinzie strafatte fate parte o vi piacerebbe fare parte.
No, non voi post-castelvecchiani che orbitate intorno al giornalismo spazzatura per vomitarci sopra il lucido bisogno che avete di non farne a meno. Non voi.
Non io.

C’è un altro piccolo difetto, comune a molti libri italiani (un altro difetto che mi hanno suggerito nottetempo i lettori di Belluno e Acitrezza): a un certo punto, presto, ci si accorge che la trama, la storia, il plot è solo un pretesto.
Benedetti ragazzi. Fatelo uno sforzo. Trovatela una storia che sia bella di per sé. Utile e dilettevole. E riempitela di sottotesti e di sottigliezze e di rimandi, di citazioni e di perversioni simboliche, di terzi livelli e terzi o quarti significanti, fatene quello che più vi piace. Ma mettetecela.
Anche in OPP, più si va avanti, e più sembra venire meno l’urgenza conoscitiva (se non quella narrativa, che ne acquista altre). La storia è, come troppe altre volte, una scusa per raccontare altro: quello che conta è il contorno, il contesto…(qual è la storia? Chiede il produttore. No, niente, la storia è giusto un pretesto, quello che mi importa raccontare è… See, bravo, e io perche' devo annà a vede una scusa, un pretesto?).
La ricerca della prima amante di Rodolfo Valentino è un gancio talmente inconsistente da risultare perfettamente e lecitamente inconsistente.
Vero è che il romanzo si sviluppa programmaticamente da un disordine narrativo che implode, esplode, promette, non mantiene, divaga, si perde. Si ritrova, alla fine, in uno smarrimento, in una aporia che ben riflette lo stato delle cose, lo spirito del tempo. Rodolfo Valentino non vale di più della storiella di Valenti, Ferida e Ferruccio Parri, o quella su di un presunto antisemitismo in nuce di papa Pacelli (di cui peraltro si parla oggi sul Corriere): tranches di storie possibili, tutte perfettamente poco interessanti, slacciate, sfibrate nella loro retorica impalpabilità da cui si entra e si esce come fossero quello che davvero conta, e non è vero.
Tuttavia la storia “debole” è per me un limite oggettivo, una zavorra, un retropensiero (sì va bene, ma qui che mi vuole raccontare?); è debole in sé: vale poco, purtroppo, anche solo come presa per i fondelli del mondo dell’informazione – cosa che invece riesce benissimo, per esempio, con il personaggio di Federica Sastri e la storia inverosimile, grottesca nel suo trionfo dell’assurdo degli X-Men di cui viene sanzionata la natura non umana per permetterne una più economica importazione dalla Cina negli USA perché le tasse americane sull’importazione sono notevolmente più basse quando si tratta di riproduzioni di animali o mostri rispetto a quelle applicate alle “figure umane”.

Un'altra cosa che non mi è piaciuta è la sistemizzazione dalla materia narrata, come in quei film "epocali" che partono dalla A e finiscono alla  Z con un résumé riepilogativo che separa il racconto dal flusso della vita come se in questo modo aumenti la possiblità di dedurne significati conlcusivi ("dieci anni dopo Paolo lavorava in una banca, Luisa era art-director di una multinazionale, io vendevo giornaletti usati")

Quello che c’è di buono è la capacità tutta letteraria di creare immagini che evocano un vissuto che ha un valore: forse minimale, ma ce l’ha – valore nostalgico, affettivo, localizzato nei dettagli, esperienziale oppure no, ma tale da interfacciarsi con un mondo riposto di desideri in grado di provocare spostamenti autentici della percezione, o da dare risposta alla lieve frustrazione della capacità rappresentativa: il ricordo di una emozione intraducibile, di un luogo collegato a un sentimento per le quali noi che scrittori non siamo, non troviamo le parole adatte (“La gerarchia delle notizie sovvertiva i canoni delle reti ufficiali creando una piacevole sensazione di spaesamento”, p. 169; “Dalla campagna non arrivavano più segnali di vita. Le auto che sfrecciavano lontano, in autostrada, tornarono a parlarmi in termini di eleganza, sicurezza, versatilità. Mi incamminai verso il motel sforzandomi di ricordare il numero della stanza”, p. 175 – corsivi miei).

Di buono c'è la capacità di far deflagrare il grottesco dalla realtà, dai cui propri tessuti viene espulso in quantità sempre maggiori (“La faccia della donna era un impasto di plastica e pesce, la coda dell’animale si era trasformata in un accessorio della giacca mentre le branchie le fumavano calcificate all’altezza del petto. La struttura piatta e cartilaginosa della razza aveva scaraventato in pochi istanti la proprietaria del negozio su imprevedibili piani di evoluzione biologica. Non si capiva se la donna fosse seriamente ferita, se rischiasse di morire o se invece la collisione le avesse donato una diversa consapevolezza del mondo” p. 214, dove ristagna una memoria pulpica nell’evocazione debitoria delle Branchie di Ammaniti).
C'è la capacità infine di leggere la realtà con inconsueta saggezza (“stiamo viaggiando verso un sistema chiuso, caro mio, dove qualunque corpo estraneo, qualunque cataclisma proveniente dall’esterno (il Diluvio universale) (la nascita di Cristo) (la Peste Nera) (la scoperta dell’America) ha sempre meno spazio per entrare.” p. 107) che sa definire la società dell’informazione come pochi fino ad ora erano riusciti a fare con tanto lucido scetticismo (“Le notizie, bisognava domandarsi, seguivano un circuito chiuso o avevano a che fare in qualche modo con il mondo? Dovevamo considerarle come il prodotto dei fatti che accadevano oppure si trattava di entità autonome, indipendenti, magari anche striscianti, in qualche modo vive?” p. 131 – corsivi suoi).

di blogsenzaqualità | 28/12/2004
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