06/12/2004

io e l'automobile

Il MotorShow. Come ogni anno. Pazzesco. Folle di ragazzini. Nulla al mondo potrebbe importarmi di meno. Eppure...

giulietta sprintLa poazì: la prima automobile percepita come un oggetto da guardare e ricordare."Poazì", la "po-po dello zio", la "macchina dello zio": una Giulietta Sprint rossa di cui ricordo benissmo il sedile posteriore, duro, senza la pelletteria, il volante grande, l'autoradio incastonata nel cruscotto e l'odore. Avevo 3 o 4 anni: era il 1964: la nascita di una passione.
Le macchine, quali che fossero le caratteristiche tecniche (a propulsione manuale o Policar, o ricostruite con una sedia rovesciata - le zampe perfetti tubi di scappamento -, pannelli di legno e cucchiai di legno come leva del cambio, o del tutto immaginarie - pacchetti di sigarette o di cerini vuoti si rincorrevano sul letto lungo percorsi accidentati: alla guida, Michel Vaillant), di qualunque dimensioni (vere o modellini Bburago) si insediarono nel mio immaginario invadendo il presente e il futuro della mia vita come un buono fruttifero trentennale: un investimento di cui ci si dimentica, ma che prima o poi porterà frutto. Molto frutto.

Guardavo le macchine con competenza tassonomica. Non sapevo niente di motori, né mi importava la velocità. Mi interessavo semplicemente della loro esistenza. Non mi sfuggivano, ecco. La Dauphine del padre del mio compagno di scuola, la 1.100 bianca con il tettuccio nero del barbiere, l'Anglia di un cugino di mio padre erano scenari con cui ornavo il mio palcoscenico. La Peugeot 404 con la quale lo zio sostituì la Giulietta, con i suoi fari gialli era una specie di appendice della mia stanza. Un luogo familiare amato, come la casa di campagna (dell'Appia III serie di mio padre ricordo invece la targa - Roma 452053 - e l'odore insopportabile).

Per tutti i Sessanta, che l'Alfa Romeo 1300 GT Junior e suoi derivati sarebbe stata la mia macchina non c'erano dubbi. Se avessi saputo allora che così non sarebbe stato avrei rinunciato a vivere.

Poi, negli anni 72 o 73 la FIAT lanciò una spider economica, la X19: la mia macchina. Cosa significava che la X19 fosse la mia macchina? Non sognavo mai di lanciarla a tutta velocità sulla Cristoforo Colombo, né di caricarci belle ragazze o amici invidiosi, o di farci lunghi viaggi, capelli al vento, o di andarci al mare. In realtà non sognavo niente. Libero da condizionamenti sociali (dimmi che macchina hai e ti dirò chi sei) semplicemente desideravo possedere quella macchina. Non mi complicavo l'esistenza immaginandomi anche il futuro professionale che avrebbe dovuto garantirmi le possibilità economiche per potermela permettere. Tutt'al più mi figuravo nell'atto di aprire lo sportello e montarci su. Al massimo massimo di tirarla fuori dal garage e salire su per la rampa.
Ecco: sognavo di sfrecciare con orgoglio sulla rampa del garage.

La passione si è andata, come tutte le passioni, affievolendo. Ho preso la patente appena fatti 18 anni e se volete sapere quali siano state le mie macchine da allora ad oggi è presto detto: una 500 (due, considerata quella di mia madre), una R4, due R5 e l'attuale Citroen ZX Break 1.4 del 1996. Tutte comprate di seconda (o terza o quarta mano).
Al contratio dei buoni postali, la speranza di possedere una Coupé si è trasformato in un credito inesigibile.

Continuo però a saper riconoscere a prima vista, senza alcuno sforzo documentario, tutti i modelli di auto circolanti, dalle utilitarie ai SUV, continuando a non capire nulla di motori (a stento ricordo cos'è lo spinterogeno ma non è che saprei riferirlo ora, qui, con esattezza).

Mi viene facile. Non so perché.

di blogsenzaqualità | 06/12/2004
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