[ho ripescato e leggermente corretto e aggiornato questi appunti del 1995. I link in genere puntano a file di circa 100 k]
La città
Le case di Mazara sono per larga misura specchio del disinteresse arcaico per la cosa pubblica comune a gran parte delle genti del mezzogiorno, del loro individualismo, del cattivo gusto, dell’ignoranza, della sopraffazione mafiosa. Le strade della parte nuova s’intrecciano come fili di un labirinto senza capo né coda, forse a imitazione della vecchia casbah, ma senza conservarne il mito. Materiale predominante: il tufo. Palazzine con le finestre murate, dalle alte pareti cieche per problemi di vicinato; periferie sporche e silenziose con le strade bianche, larghe e irregolari o strette e senza sbocco,
che ignorano le meravigliose facciate barocche della Cattedrale, di Santa Veneranda, San Michele, del Collegio dei Gesuiti, che segnano a poche centinaia di metri da quelle la traccia di un itinerario di memorie poco frequentate.
Capisco come dovevano vivere i pastori a Roma nel settecento, immersi nel fango che lambiva Sant’Andrea della Valle, le chiese gemelle a Piazza del Popolo, dove le pecore e le vacche giravano pigre attorno all’obelisco, così come fra i resti del Foro romano (allora non recintato, ma esso stesso Roma) affacciati come vittime di un dantesco perenne martirio dal mare
di terra e detriti che li ricopriva per metà.
La casbah. Tutti la chiamano così. Di nuovo abitata dai tunisini, dai loro negozi. Un intreccio vivo di respiri invisibili, di storie perse dove, anche se i baristi dicono di no, è possibile smarrirsi senza timori. No, nessuna paura dell'ignoto. Al più un po' di rispetto e di tristezza per un arabo che con un copricapo di lana da esploratore chiude con una corda l'ingresso della casa dove vive; per un vecchio che dorme all'ombra del suo cortile; per gli anziani che vanno al Salone a farsi i capelli. Per tutto ciò che c'era e non ci sarà più, e non si riesce a immaginare come ci sia potuto essere. Il disfacimento come unico programma a medio e lungo termine, senza imbarazzi. Un posto dove anche io cedo all'estetica della paura che alla fine ha la meglio sull'etica del controllo razionale.
[Continua...]