[ho ripescato e leggermente corretto e aggiornato questi appunti del 1995. I link in genere puntano a file di circa 100 k]
Mazara del Vallo. Facile a dirsi. Mazara intanto non è una città, ma due, anzi tre. Tra di loro non comunicano; si frequentano a mala pena: la città nobile e decaduta dei proprietari terrieri (la sua antica ricchezza fatta di chiese barocche, di palazzi); la città dei pescatori arricchiti e plebei.
Ignorata da entrambe c’è poi la terza città, quella dei senza-luogo, la non-città apolide delle case mattone facciavista (per mancata intonacatura) dei pilastri di cemento armato che non hanno mantenuto la promessa del secondo piano: le case dei tunisini, nella casbah nei trivi casuali e polverosi.
Mazara esibisce, piegata su se stessa, la sua testarda diversità: la siccità, la ricchezza dei contadini e le povertà causate dai fallimenti delle vecchie famiglie sconquassate dall’estro imprenditoriale fantasioso e dilettantesco. Vive delle sue storie che si sono inabissate in un greto secco che non sa parlare alle generazioni che sopravanzano, scavalcate a loro volta dalle disperazioni senza identità e dai tentativi di fare come se non ci fossero, che a dirle non danno nemmeno il conforto del dialetto (la droga è droga, disoccupazione è disoccupazione, discoteca è discoteca...)
I vecchi al Circolo della caccia non hanno più occhi per mirare a uccelli e lepri. Ma hanno mani di muratore, e intelligenze acute senza tristezza.
Il mare
La costa di Mazara non ha smarrito la sua singolarità (che essendo composta di elementi comuni quali acqua - sabbia - cielo, è fatta di segni particolari davvero inconsistenti e preziosi: odori - colori - suoni) svendendola del tutto al demone della assordante banalità del turismo che annulla le varietà, smussa, copia, strazia, in una danza della morte che dovrebbe soddisfare, nelle sue premesse, il bisogno universale di divertirsi (ma qualcuno ci sta provando: domenica, al Circoletto, Lido Tonnarella, otto ore di spinning, fitness & Hip Hop, con la partecipazione degli Urban Tribe di Peppe Quinci - nota del 2004).
La festa dei colori di questo mare sconosciuto ai tour-operators è dolce, persuasiva. Dal bianco al verde bottiglia, passando per tutte le tonalità dell’azzurro, il mare, freddo per via di correnti che arrivano da lontano, e limpido per i fondali bassi e di finissima sabbia bianca, si lascia contemplare senza gravare lo sguardo del peso della retorica da cartolina di paesi esotici ai quali pure assomiglia.
E’ piacevole starsene in riva al mare, nelle ore calde spazzate dallo scirocco, aspettare che il sole, abbassandosi, accenda i colori, con tutta l’Italia alle spalle. Davanti c’è un orizzonte africano immenso. In acqua non c’è nessuno. E’ molto più che guardare. E’ in qualche modo come assistere ad una rappresentazione, nella quale la bellezza e la maestosità di questo incedere ripetitivo supplisce alla mancanza di senso. C’è un inizio e una fine; la battigia sembra poter raccogliere l’eredità di una storia. Non si pensa a niente e pure nessuno avrebbe mai la sensazione di star lì a perdere tempo.
Con poche bracciate puoi essere l’unico uomo in mare, sentire solo l’acqua incresparsi per il tuo stesso movimento, non percepire più le onde, e le chiacchiere da spiaggia. Guardare avanti, verso il largo, è una riuscita metafora del naufragio. Non vedi motoscafi, yacht, barche a vela. Non vedi niente, come in inverno, come in un sogno.
In certe giornate, appoggiata alla linea d’orizzonte si può però vedere riflessa la città: ombre bianche, tetti, luci pallide: la Fata Morgana. Occorre che una striscia bassa nebbiosa si trascini da parte a parte del golfo, da Capo Granitola a Capo Feto. Il fenomeno è preannunciato da lievi miraggi: barche dalle vele spiegate, onde altissime che procedono come spiriti da teatro dell'opera, alte e sinuose, in una danza oscura, la terra rovesciata e il faro di Torretta capovolto come nella macchina oscura. E alla fine, quando gli spettri scompaiono, appare nitido nel silenzio della bonaccia il riflesso lontano della città, i suoi palazzi, la linea delle cupole e in quell'istante corre un solo pensiero e un brivido: che quella città stia emergendo dalle acque, che la rifrazione ci stia mostrando la costa dell'Africa minacciosamente dirimpettaia, e che le anime ancora assetate di sangue degli infedeli mostrino la lama tagliente delle loro scimitarre annegate con loro. [Continua...]