Americana di Don DeLillo è un libro importante. E sono molto contento di averlo letto. Molto molto contento. Come sempre quando leggo un libro importante, come è stato ad esempio con Rayuela di Cortàzar (se devo essere sincero mi mancano ancora 100 delle complessive 379 pagine, ma ormai posso dire di saperne abbastanza).
Ora, dire che Americana è un libro importante è una banalità per gli amanti di DeLillo, per gli appassionati di letteratura americana specialmente se di impostazione, diciamo così, storicista (nel caso in cui, ovviamente, abbiano scoperto Americana come me solo in seguito alla sua traduzione, che se non sbaglio è del 2000).
Per quello che mi riguarda l’impostazione storicista è anche lei molto molto importante. Anche questa è una banalità per coloro i quali condividono questa mia simpatia critica. Lo è meno per chi crede indispensabile vivere nel, calarsi nel, penetrarsi e nuotare e magari affogare nel Presente. In modo radicale, dico. In modo da negare l’utilità, lasciamo stare la bellezza, di un testo che permette, fra le altre qualità, ma, ripeto, lasciamole stare per ora, di capire meglio un sacco di cose venute dopo. Di ordinare una dipendenza, inquadrarle sotto una luce diversa e obiettiva. Insomma, di storicizzarle.
Le intuizioni del giovane DeLillo (Americana è uscito nel ‘71, quando il nostro aveva 35 anni, quindi è presumibile che lo abbia pensato e scritto intorno ai trent’anni) anticipano, e in qualche caso ridimensionano parte del romanzo americano minimalista degli anni ottanta-novanta. Il lettore italiano interessato alla letteratura americana e all’impostazione storicista non dovrebbe perderselo.
Non il tifoso di Foster Wallace o a quello che esiste solo Pynchon. Ripeto: Americana non va letto per capire meglio DeLillo, ma per capire meglio la letteratura americana. Oltre che per restare come al solito colpiti dalla densità letteraria della lingua (pur tradotta, ma ormai esiste una nuova lingua che è l’americano tradotto – quasi sempre in modo eccellente – che permette di valutare le sfumature - per inciso Baricco è uno che scrive bene in americano tradotto), dalle visioni, dalle premonizioni, dalla verità dei personaggi, dalla forza narrativa brutale, dalla perfezione addirittura stucchevole di certi passaggi dove come una sinfonia post-dodecafonica l’insieme dei dati narrativi converge in un crescendo caratterizzato da un ritmo suo proprio, da un codice che si codifica mentre viene scritto, e lascia, alla fine, storditi (parlo dei capitoli 9 e 10, per esempio).
Ridicolizza il minimalismo senza sapere cos’è. In pratica nel 1971 DeLillo apre e chiude le porte del sottobosco cultural-radical-chic Upper East Side newyorkese, dello yuppismo che manco esisteva. Sulla linea tracciata da Revolutionary Road, DeLillo affonda i colpi, facendola a brandelli, sulla Martini-generation, sulla falsità grottesca della società fondata sul duopolio televisione-pubblicità, e pure sulla patetica deriva europeista (Bergman-Godard-Fellini) e orientaleggiante (Ozu, Kurosawa) dei giovani intellettuali che in qualche modo sono riusciti a evitare il Viet-Nam e sentono questo grande vuoto dentro… Il tutto, lo ripeto, prima di … prima di tutti. 1971. E non in una riga un sospetto, che dico sospetto, una vaghissima idea che lasci intuire il fatto che si tratti di un esordio. DeLillo scrive un romanzo credendo ciecamente nel romanzo ma non per questo camminando con la testa voltata all’indietro.
Questo, un primo livello di lettura. Poi c’è quello più universale (l’uomo, la donna, i rapporti, i desideri, le frustrazioni). E infine c’è il terzo livello, quello assoluto (la verità: nei dettagli dell’esistenza quotidiana risolti in un aggettivo o in una metafora, il disvelarsi dell’essenza stessa delle cose).
Bene. Leggiamo questi libri. Leggiamo DeLillo, leggiamo Carver, Roth e Richard Ford (mi limito ai monumenti per comodità). Li leggiamo e ci piacciono (a noi che ci piacciono). Leggiamo anche altre cose ma, in genere, ci piacciono meno.
Perché si leggono libri? Libri di fiction. Insomma: romanzi.
Si legge per capirci qualcosa di quello che ci sta intorno. Credo.
Avere un’idea più precisa.
Si legge e si scrive per cercare di capirci qualcosa.
Ma è più importante il punto di vista di chi legge. Non di chi scrive. E’ più importante la domanda dell’offerta.
Se infatti, poniamo, 5 miliardi di persone concordemente esprimessero come loro unica necessità informativa di sapere se le tariffe della Vodafone sono più convenienti di quelle della Tim o viceversa, ben presto troverebbero assai poca possibilità di esistere filosofi che si interroghino sull’esistenza di Dio.
I filosofi sarebbero presto soppiantati dai tecnici in grado di dare risposta al Quesito formulato dall’intera umanità.
Finché invece continuerà ad esistere anche solo un piccolo resto di curiosi di sapere qualcosa di più su questioni di un certo peso tipo chi siamo dove andiamo che fine faremo di cosa si parla quando parliamo d’amore, avrà senso che ci sia qualcuno che provi a dare le risposte. [continua…]