il mare d'inverno
A proposito del tempo che ho trovato in Sicilia.
Il mare aveva un che di spettrale. Agitato l’ho visto tante volte. Così vuoto e ostile, mi pare, mai. Un enorme spazio vuoto, un deserto in continuo e incomprensibile movimento. Anche il colore. Verde, grigio, attraversato di tanto in tanto da tagli di luce silenziosi.
Il
vento spazzava tutto in un modo ottuso e implacabile. Alla lunga, francamente noioso.
Le case, la vita in generale, se ne stava lì, succube, un po’ scocciata. Indifferente. Una fatica sprecata (di energia eolica stanno proprio ora discutendo nella Giunta di Totò Cuffaro, ho letto. Quindi tra 25-30 anni avremo un’elica arrugginita su qualche pianura dell’entroterra e i vecchi ci conviveranno con l'amarezza autoironica di chi non capisce e non capendo sa che non c'è proprio niente da capire).
Per il resto, la terra, gli odori (la zagara!): a Mazara tutto il contesto concorre a farmi retrocedere ad uno stadio pre-critico. Faccio pensieri di base, osservo il disfacimento dell’inverno come potrebbe farlo chiunque (retrocesso anche temporalmente: mi vengono in mente frasi e impressioni letterariamente anni dieci-venti, tra Tozzi, Pirandello, Palazzeschi, se non Cechov); la generosità della terra, la semplicità delle sovrastrutture, lo scorrere diverso del tempo, la ricchezza delle pasticcerie: il sogno di un
buen retiro che si oppone con la forza della tradizione e della bellezza (tradita, violata, riaccesa, ma sempre assoluta e altra) alla brutale, onesta ma troppo spesso vuota, mera conseguenza di azioni della vita romana.
di blogsenzaqualità | 20/04/2004