L'arte e il cristianesimo hanno in comune, o hanno avuto, in comune la stessa prospettiva dell'eternità, giacche' entrambe hanno nella sconfitta della morte la loro teleologia (cfr. Broch, anche in http://blogsenzaqualita.clarence.com/permalink/136651.html).
So che parlare dell'eternità possa apparire piuttosto noioso (specie alla luce di certi quarti d'ora).
Tuttavia, credo, l'eternità è un fatto che sia il cristiano che l'artista dovrebbero considerare il più possibile imprescindibile.
Mi rendo conto che spesso ciò che ci appare imprescindibile il pomeriggio, non lo sia più il mattino dopo.
Ma là dove si riesca a vivere l'esperienza dell'imprescindibile oggi, domani, dopodomani, una settimana intera, poi due, allora si percepisce che non se ne può fare a meno. Diventa una cosa che semplicemente fai, vivi, come fare qualsiasi cosa.
Si tratta di un diritto da esercitare. Non di un dovere cui sottomettersi.
Il punto di vista dell'eternità libera dalla mera osservanza della legge ("Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge", 1Cor 15,56): non si osserva più la legge perché lo dice la legge, ma perché ho un obiettivo.
Quanto alla letteratura (all'arte, in generale).
E' lo stesso (dice Broch, e io sono d'accordo). Tanto più l'estetica diventa un mezzo e non un fine. (dove l'estetica è la legge applicata in quanto tale, l'etica il motivo per cui desidero applicarla).
Purtroppo e' impossibile misurare il grado di approssimazione alla durata eterna del manufatto artistico quando questo si è appena formato: a determinarlo, ahimè, è il tempo stesso e questo complica le cose.