03/03/2004

Leeteratura media [#4, e ultima]

Minima moralia Sempre peggio. Ci mancava Lello Voce (uno e due. Del quale mi viene da condividere molto, anche quello che dice replicando a Moresco e Benedetti, con i quali mi sembrava di trovarmi d'accordo (e che involontariamente si riallaccia alla carriola di Mozzi nello stigmatizzare le "politiche editoriali e culturale che fa degli autori delle icone da vendere a questo o a quel target").

Va bene. Cerchiamo di concludere.

C’e’ chi rimpiange Salgari e chi il realismo magico (non ricordo più dove). Va benissimo. Va tutto benissimo.
Benissimo Salgari, benissimo il “realismo magico” (che peraltro, com'è noto, non è precisamente un'invenzione di Garcia Màrquez, ma di Massimo Bontempelli (“immaginazione, fantasia: ma niente di simile al favolismo delle fate: niente milleunanotte. La vita più quotidiana e normale vogliamo vederla come avventuroso miracolo, come un rischio continuo”... in "900", n. 4, estate 1927).
Tornare a Bontempelli? (questo per approfondire")

E’ proprio indispensabile ricondurre la letteratura media all’interno di un contesto di progettualità teorica? (è a me che lo domando - a scanso di equivoci).
In ogni caso: come uscire dall'aporia del valore/non-valore/dis-valore?

Ricominciamo da Adorno. e dimentichiamoci della letteratura media.
Pagina 112 dell’edizione NUE (quella con le copertine bianche a strisce rosse), n.64 (“Morale e stile”): “Lo scrittore farà l’esperienza che, se si esprime con precisione, con scrupolo, in termini oggettivamente adeguati, quello che scrive passerà per difficilmente comprensibile, mentre se si concede una formulazione stracca e irresponsabile, sarà ripagato con una certa comprensione (...) Tener d’occhio, nell’espressione, la cosa, anziché la comunicazione è sospetto (...) L’espressione generica consente all’ascoltatore d’intendere a un dipresso quel che preferisce e che pensa già per conto suo. L’espressione rigorosa strappa un’accezione univoca, impone lo sforzo del concetto, a cui gli uomini vengono espressamente disabituati, e richiede loro, prima di ogni contenuto, una sospensione dei giudizi correnti, e quindi il coraggio di isolarsi. Solo ciò che non ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile; solo ciò che, in realtà, è estraniato, la parola segnata dal commercio, li colpisce come familiare. Nulla contribuisce altrettanto alla demoralizzazione degli intellettuali. Chi vuole sottrarsi a questa demoralizzazione, deve respingere ogni consiglio a tener conto della comunicazione, come un tradimento all’oggetto della comunicazione”.

Ma è Broch ("L'immagine del mondo del romanzo", conferenza tenuta a Budapest, nel marzo 1933, ora in Broch, Hermann, Il Kitsch, Torino, Einaudi, 1990, pp.63 ss, e p.98) che disegna la mappa.
All'interno di un sistema di valori (cioè di un insieme di atti singoli "tutti rivolti all'identico valore ultimo infinitamente lontano, il quale fornisce il criterio di valutazione per la loro classifciazione in etici o non etici") bisogna puntare tutto sull'atto, che è etico, e non sul risultato, che è estetico.
Dunque se è il sistema di valori a determinare l'eticità dell'atto, la supremazia del bello sul bene in ogni caso inficia il presunto sistema di valori che gli viene sottomesso.

L'obiettivo del valore dell'arte (Broch si riferisce proprio al romanzo) è l'immortalità. Non la garantisce nessuno. Ma è già l'aspirazione a un fine (in questo caso la sconfitta della morte: il fine più alto) ad essere etica (mentre estetica è la sua rappresentazione).

L'obiettivo del romanzo, "come tutti gli obiettivi di valore, ha il fuoco all'infinito" (p. 98).

Il romanzo "deve essere specchio di tutte le [...] immagini del mondo, che tuttavia sono per esso semplici vocaboli della realtà, come qualsiasi altro vocabolo del mondo esterno. E proprio come fa con ogni altro vocabolo della realtà assunto dal mondo esterno, il romanzo deve deve inserire e sistemare queste immagini del mondo nella sua specifica sintassi poetica" (p.97).

Rappresentare l’atteggiamento etico di chi si oppone al dis-valore della moneta corrente, l’atteggiamento eroico di “separazione-per-stare-dentro” non è poco. Io penso che, vista dal lato dello scrittore, sia tutto quello che ci si può permettere.
E non c'entra letteratura media Vs. Letteratura alta.
C'entra il modo con cui chi scrive riesce a farsi strumento di riscatto (della fantasia, delle emozioni, dalle umiliazioni).

Lello Voce dice che la "lingua preferita da certa sinistra è la lingua semplice ed edulcorata che mescola romanticismo di ritorno con idioletto piattamente televisivo", e che sono anni che "riproponiamo un "genere" dopo l'altro (il giallo per la collezione autunno-inverno, il "noir" per la collezione primavera-estate"....

Io non so dargli torto.
In questa guerra fra chi vende e si fa vendere sembra che tutti abbiano già avuto "la loro ricompensa".

Non resta che lottare, come urla, con orgoglio ferito, coraggio, passione Tiziano Scarpa rivendicando una nuova vitalità. Autoreferenziale, in parte, temo. Per altri versi coraggiosa. Confusa, ma dinamica. Un'identità nuova.

E' qualcosa che percepisco. Qualcosa che in un modo neppure tanto insicuro, ma non so quanto all'altezza del compito che si è dato, dà fiducia.
A me, a noi rifiutati, condannati al silenzio dell'indifferenza o delle lettere circolari. A noi che non riceviamo risposta neppure quando chiediamo solo di giudicarci, di metterci alla prova. A noi che continuiamo a girare per casa con uno strano cappello in testa, compatiti e tollerati, innocui, incuriositi dalla vita e sottratti alla vita dal mondo delle nostre storie, dalle trame che non tornano, da personagggi che non si formano, da voci che non si ascoltano, da cose che si dimenticano, defraudati di una lingua, di un'espressione.
Questa vitalità sporca della rete a me pare, da scrittore, l'unica novità e forse l'ultima occasione.

di blogsenzaqualità | 03/03/2004
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